Parliamo di films

FREAKS. I nostri mostri quotidiani.

Reduce dal grande successo del Dracula interpretato da Bela Lugosi e supportato dalla Metro Goldwin Mayer allo scopo di rispondere agli incassi al botteghino del Frankenstein diretto da James Whale (che insieme al precedente rappresenta una grande e rivoluzionaria esperienza cinematografica soprattutto a livello iconografico certo senza rinunciare ad una critica velata ma non per questo meno feroce della società puritana e conformista statunitense, ed è interpretata da un’altra icona del cinema dell’orrore Boris Karloff), Tod Browning gira questo film adattando la sceneggiatura da un racconto coevo di Clarence Aaron e Tod Robbins intitolato Spurs. La storia è quella della bella acrobata da circo Cleopatra che prima blandisce il nano Hans accettandone la corte discreta e i regali di cui la circonda, nonostante sia fidanzato e prossimo alle nozze con la nana Freida, e in seguito, venuta a sapere che Hans sta per entrare in possesso di una considerevole eredità, decide di truffarlo facendosi sposare, con la complicità del suo amante Hercules, anch’egli tra le attrazioni del circo. Il piano architettato dai due prevede di avvelenare il malcapitato già al banchetto di nozze così da riuscire a sbarazzarsene il prima possibile e godere insieme dell’inaspettata fortuna. Le vere intenzioni di Cleopatra vengono però ben presto comprese dallo stesso Hans il quale, desideroso ora di vendicarsi, chiede ed ottiene l’aiuto degli altri freaks che vivono e lavorano nel circo. La vendetta sarà altrettanto spietata dell’inganno ordito ai danni del nano: i due complici amanti verranno smascherati, inseguiti ed infine orrendamente mutilati, in una notte di tempesta mentre il baraccone si sta spostando in un’altra città. I tagli imposti allora dalla censura non ci permettono di vedere cosa sia avvenuto veramente, ma gli squarci di luce sui volti immobili e risoluti dei freaks e le lame scintillanti dei coltelli che brandiscono sono sufficienti a lasciar trasparire tutto l’orrore del terribile atto di sangue che sta per compiersi e di cui vediamo proprio nella scena finale il risultato, la bella Cleopatra ridotta a donna – gallina, il corpo o meglio ciò che ne resta ricoperto di piume, divenuta attrazione da luna park ad uso e consumo del gusto per il macabro della folla di curiosi che si affaccia alla sua gabbia. Non sappiamo invece quale sia stato il destino di Hercules, poiché il regista non ce lo fa vedere, ma pare in base all’opinione più diffusa tra quanti ebbero la possibilità di assistere alle proiezioni del film nella sua versione integrale, che sia stato evirato e costretto ad esibirsi in pubblico come una sorta di eunuco.

Nani, uomini tronco, uomini torso, pinhead ed altre creature deformi, entrate stabilmente nell’immaginario collettivo come la donna barbuta, o ancora l’essere metà donna metà uomo: sono loro i veri protagonisti della storia, che possiamo osservare nella loro vita quotidiana, senza che lo sguardo del regista cada nel voyeurismo o nella facile retorica del buono e cattivo. La diversità che attrae i normali, quella della deformità fisica, è rappresentata con uno stile asciutto, asettico quasi chirurgico, scevro di qualunque compiacimento, che non vuol rassicurare lo spettatore bensì inquietarlo con i suoi dubbi morali e sessuali.

Il desiderio erotico che coinvolge e sembra avvicinare esseri normali e mostri permea l’intera pellicola ma è destinato a venir frustrato e represso laddove tutta la distanza morale tra essi si impone: è la perversa attrazione da parte dei normali che ha in sé un limite invalicabile, quello della non accettazione e del sentire di essere scampati ad una vita indegna di essere vissuta, e che non esita a trasformarsi in crudeltà rivelando così il suo vero volto, crudeltà con la quale si scontrano e infine si ribellano gli esseri mostruosi negletti dalla società e che infatti solo nel mondo altro del circo e del luna park trovano collocazione, oggetti dello sguardo curioso, famelico e superficiale del pubblico e quindi tenuti a debita distanza affinché non invadano e smascherino le esistenze normali e dignitose della società che finge di accettarli: questi scherzi di natura sono tuttavia uniti tra loro da una forte e sincera solidarietà e regolati da una specie di codice d’onore che pure non è fatto per escludere gli altri, quelli che non sono come loro, come è ben rappresentato dalla scena del banchetto di nozze, che è poi quella che apre il cerchio simbolico, simile ad un rito di iniziazione durante il quale la sposa viene invitata a bere dalla medesima coppa cui hanno bevuto i freaks mentre questi intonano una sciocca cantilena che sembra quasi presagire il tragico finale, quando il cerchio si chiude e il medesimo codice d’onore impone ai freaks di agire, senza esitazione e con altrettanta spietata ferocia.

E ci sono pure gli spaccati di vita quotidiana, notturna, sottratta alle luci del palcoscenico e delle esibizioni, dove normali e diversi si ritrovano e riescono a dialogare, a conoscersi e riconoscersi. Simbolo di questa possibile convivenza sono il clown Phroso e la dolce Venus, portatori di sentimenti di bontà e rispetto verso il prossimo cui fanno da contraltare la degenerazione morale e la meschinità rappresentata dall’altra coppia del film, Cleopatra ed Hercules, destinati a fallire.

Ciò che sembra premere soprattutto al regista è affermare che la normalità non esiste o meglio non sta del tutto da una parte sola, ché anzi i due universi quello dei normali e quello dei mostri sono sullo stesso piano, e se la genuina umanità dei mostri ingigantisce la mostruosità morale dei normali, parimenti la loro vendetta non è meno riprovevole del piano escogitato ai danni di Hans. Lo intuisce proprio Cleopatra quando al banchetto rifiuta di bere dalla coppa e si alza inorridita dalla tavola tentando con quel gesto, accompagnato dal grido di ‘Brutti mostri schifosi!’, di ristabilire la distanza solo apparente tra lei e quegli esseri deformi.

Un film maledetto che costò la carriera a Browning, il quale dopo pochi anni e una manciata di pellicole non altrettanto memorabili smise di fatto di fare il regista, e che dovette attendere ben trent’anni per poter essere di nuovo proiettato in una sala cinematografica, durante il Festival di Cannes del 1962, finalmente compreso e accolto per quel capolavoro che di fatto è.     (Maura Borzi)

A proposito di “The social network” 

Le riserve che mi hanno accompagnato fin sulla porta della sala in cui stava per essere proiettato quello che, tra le pellicole in uscita nel secondo week end di programmazione di novembre, viene indicato dal mensile CIAK come un colpo di fulmine si sono dissolte immediatamente, sufficienti a tal fine i primi cinque minuti di film: il confronto serrato tra due giovani studenti seduti al tavolino di un pub che si rimandano un fuoco incrociato di veleni e sottili insulti, in omaggio ad un cinema parlato che nella velocità e nella sostanza del dialogo trova la sua sublimazione e si fa già cinema d’autore. Lei che scarica lui senza troppe cerimonie, lui che la guarda allontanarsi con uno sguardo a metà tra incredulità e repentino desiderio di vendetta, e che di fatto rimarrà più o meno lo stesso per tutto il film, mentre le sinapsi del suo cervello si mettono freneticamente in moto, stimolate piuttosto che annebbiate dall’abbondante quantità di alcool ingerita a tal punto da farlo filar via di corsa fino alla sua stanza, avviare altrettanto velocemente personal computer e notebook ivi presenti e porre il primo inconsapevole mattoncino di una costruzione destinata a rivelarsi l’idea più innovativa di questo primo decennio del Terzo Millennio. E qui il regista vuole accompagnare lo spettatore ancora frastornato, accogliendolo nel gotha della cultura americana, lasciando che la cinepresa percorra i viali e passi accanto alle decine di edifici tutti prestigiosi e dai nomi altisonanti della città universitaria di Harvard, la culla che ha dato agli Stati Uniti e al mondo intero premi Nobel, grandi statisti e uomini di pensiero, contribuendo in maniera determinante al progresso civile e democratico dell’umanità.

Ora, ritengo esemplificativo delle ragioni e dei contenuti reali della pellicola di David Fincher proprio questo incipit che è veloce ma non sbrigativo, che si cala appena nel mondo dei teen movie americani con tutta la loro selva di nerd occhialuti e bambinoni ipervitaminizzati, per elevarsi al di sopra di esso senza risparmiarne una critica feroce e tuttavia incanalando la materia del suo racconto filmico in una direzione ben precisa, verso un obiettivo altro rispetto alle premesse. A ben guardare, il romanzo stesso da cui è adattato il film, The Accidental Billionaires di Ben Mezrich, ci rimanda una prospettiva d’indagine che chiarisce il vero oggetto di ricerca: non tanto cosa sia stato inventato, quanto chi abbia avuto l’idea geniale, quella davvero in grado di cambiare la realtà e soprattutto le conseguenze che il suo successo ha avuto in termini economici e non solo sul creatore. Ché sempre più spesso è appunto uno studente sbarbatello e genialoide che in quattro e quattrotto si ritrova con un conto in banca da capogiro e deve perciò ben presto scontrarsi con le regole e le insidie del business e in ultima istanza con la degenerazione dei rapporti e la difficoltà sempre crescente di rapportarsi all’altro in maniera diretta e genuina, passando attraverso compromessi e scelte di campo troppo spesso spersonalizzanti e in definitiva disumane.

Fincher decide dunque di raccontare dalla giusta distanza e lasciando piena visibilità agli attori, tutti bravi e motivati, non il fenomeno Facebook e la comunità virtuale che lo anima bensì la società reale, i rapporti di classe e di forza che la strutturano, i tipi umani alle prese con sentimenti eterni ed immutabili, poiché è questo che gli interessa veramente: amicizia, amore, gelosia, tradimento, vendetta, sesso e denaro. Archetipi, spinte primigenie, ingredienti di tanta alta letteratura, del teatro antico come di quello moderno e quindi di tanto sublime cinema d’autore. Il regista decide di utilizzare un doppio piano narrativo e attraverso il racconto della battaglia legale intrapresa per determinare la proprietà intellettuale di Facebook mette a confronto tutti i protagonisti della vicenda e i caratteri umani da essi rappresentati, lasciando ad ognuno la possibilità di esprimere il proprio punto di vista rispetto al medesimo fatto narrato e perciò ricostruendo grazie ai diversi racconti tutte le angolature di un’unica vicenda e con essa tutte le sue possibili interpretazioni, facendo in modo che emergano le singole personalità coinvolte e redistribuendo infine per ciascuno colpe e responsabilità. Il racconto cinematografico di The Social Network si ispira in ciò a modelli classici come il capolavoro di Kurosawa Rashomon, non a caso osteggiato in patria perché ritenuto troppo occidentale, quando l’umanità si leccava ancora le ferite della Guerra e i rapporti tra USA e Giappone erano tutt’altro che distesi, e allo stesso tempo si adatta ai ritmi della comunicazione moderna prendendo spunto proprio dai nuovi modelli di relazione interpersonale, forse non li giudica perché non può usufruire della necessaria profondità storica e perché le potenzialità degli stessi sono in gran parte ignote ai loro stessi fautori così come ai fruitori sempre troppo poco consapevoli, tuttavia riesce ad essere grande cinema laddove sa cogliere la reale dimensione umana, i suoi pregi e i suoi difetti, la quale nonostante tutto ancora compie sforzi disperati per resistere emergendo qua e là  tra gli interstizi di una società in dissoluzione.

Per concludere, questo film non credo affatto serva a prendere posizione rispetto alla bontà o meno del fenomeno Facebook, considerato che non è comunque questa l’intenzione dell’autore: Facebook è suo malgrado quasi la naturale evoluzione delle attuali dinamiche delle relazioni interpersonali che non si fanno scrupolo di ricorrere alla tecnologia anche e soprattutto per supplire all’afasia e all’incapacità di confronto sempre più evidenti e senza dubbio preoccupanti, intrappolate così nella rete globale che le connette le une alle altre ma di fatto le tiene relegate nei rispettivi individualismi, soffocandone vitalità e potenzialità. In tal senso, il network inteso come catena di relazioni sociali che si sviluppano intorno ad un singolo individuo e sono pertanto ego – centrate, è il paradigma necessario, laddove interesse precipuo del regista risulta essere quello di scandagliare, individuare e infine far emergere i reali rapporti tra gli individui, nella loro immutabilità ed ineludibilità di rapporti di classe che creano e determinano diversi piani di realtà i quali si esplicitano attraverso le strutture gerarchiche di una societas umana che ha smarrito la sua originaria dimensione comunitaria e di cui l’università di Harvard non è altro che la rappresentazione in miniatura, un club esclusivo fatto di club esclusivi per accedere ai quali bisogna accettare di sottoporsi a prove umilianti, arrivando a sacrificare amicizia e amore pur di conquistare la propria piccola parte di paradiso terrestre, in una spirale perversa di reificazione e assolutizzazione del proprio status sociale.         (Maura Borzi)

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