LATITUDINE DONNA: donne dalla prostituzione coatta alla libertà

Contributo al dibattito del 17 ottobre sulla tratta sessuale

Visto che alle ultime proiezioni hanno partecipato tante persone nuove che non conoscono il nostro Progetto credo sia opportuno spendere due righe di presentazione sul Cineforum Agorà.

Il nostro progetto nasce con due obiettivi:

avviare una riflessione e crescita comune sulle tematiche della differenza e dell’incontro con l”altro”, altro inteso come uomo/donna, altro inteso come adulto/bambino, altro inteso come indigeno/straniero, altro inteso come portatore di una propria ricchezza e specificità all’interno della grande comunità umana di cui siamo tutti parte, tutti simili e tutti diversi;

costruire uno spazio di incontro, comunicazione e socializzazione in una cittadina in cui (a parte i bar e i luoghi di ristorazione a pagamento) non esistono spazi di incontro per le persone, né chiusi ne aperti visto che purtroppo anche le piazze troppo spesso sono occupate dalle macchine parcheggiate.

Avviare un percorso che porti alla scoperta dell’altro e alla capacità di gestire in modo positivo i conflitti che spesso nascono dall’incontro/scontro tra differenze, in particolare dalle differenze culturali, vuol dire provare a calarsi nei panni dell’altro e andare a scoprire che “gli altri siamo noi” o lo siamo stati.

Il primo ciclo di questo cineforum, da Maggio a Giugno è stato dedicato alle migrazioni degli inizi del Novecento, quando gli italiani analfabeti, braccianti agricoli a giornata o pastori, partivano alla volta di “Nuova Iorc” con il miraggio di fare fortuna e la speranza di una vita migliore per sé e la propria famiglia. Il Nuovo Mondo in cui approdavano non era poi tanto accogliente: le persone con disabilità, le donne single non accompagnate da un marito o comunque da un uomo di famiglia, le persone considerate troppo anziane e quindi improduttive, chi non riusciva ad imparare la lingua del posto veniva rimandato indietro direttamente alla frontiera (dopo aver sfidato il mare e viaggi con disagi di ogni genere per mesi e mesi di navigazione; gli altri venivano messi in quarantena e rinchiusi perché considerati portatori di malattie; quelli che riuscivano a superare tutti questi ostacoli potevano restare a fare i lavori più umili, pericolosi e pesanti, subendo ogni sorta di discriminazione e di insulto da parte della popolazione locale in quanto considerati sporchi, ignoranti, costretti spesso a vivere alla giornata di piccoli espedienti, e per questo percepiti come ladri.

Questa ricerca nel nostro passato ci è servita a ricordare che c’è stato un tempo in cui i nostri nonni, zii o semplicemente conoscenti emigravano in altri paesi e purtroppo dalle lettere che spedivano ai propri familiari emerge che venivano trattati come molti di noi oggi trattano gli immigrati, visti come quelli che invadono i nostri paesi, competono con noi sul mercato del lavoro, sono responsabili della delinquenza e della prostituzione, untori portatori di malattie infettive.

Anche il secondo ciclo, che oggi stiamo chiudendo, è dedicato alla nostra storia, la nostra storia recente quella che dal dopoguerra giunge fino ad oggi. I diversi titoli scelti avevano come filo conduttore quello di ritrovare la memoria storica di una emigrazione più recente: i “terroni” meridionali che si recavano a lavorare a cottimo e senza alcuna sicurezza nelle fabbriche del nord Italia; gli emigrati che nel dopoguerra sono partiti per cercare lavoro in altri paesi europei ed inviare soldi a casa alle famiglie rimaste al paese; la fuga di “cervelli” della nostra generazione che dal sud Italia si sposta al Nord o all’estero talvolta per scappare dalla realtà oppressiva della mafia talvolta per cercare opportunità di lavoro più qualificato a cui in Italia accedono in pochi privilegiati, tranne poi scoprire che la corruzione, la mafia, il clientelismo, ancora prima che essere “organizzazioni criminali”sono una forma mentis ed un modello di vita e di relazioni che purtroppo sono entrati a far parte della nostra cultura tanto al sud quanto al nord Italia.

In ultimo abbiamo voluto affrontare un altro pezzo della nostra cultura e della nostra storia: l’emigrazione dalla campagna e dal piccolo paese, in cui mamma Roma lascia il figlio, alla grande città, in cerca di opportunità e sogni che non sempre si realizzano. Il film di Pasolini è uno spaccato dell’Italia del dopoguerra di alcuni quartieri periferici e poveri di Roma, ma anche una fotografia della cultura patriarcale, di sopraffazione dell’uomo sulla donna, in cui tutti siamo cresciuti e che le donne stesse, condividendo certi modelli culturali, perpetuano inconsapevolmente nel tempo trasmettendoli ai propri figli.

E siamo giunti ad oggi e alla proiezione de “la sconosciuta” che affronta il problema di molte donne straniere che nel nostro paese sono costrette a prostituirsi.

Voglio spendere due parole per dire perché abbiamo inserito questo film proprio in questa fase del cineforum.

Tre motivi:

un motivo contingente, la chiusura circa 15gg fa di una casa chiusa nel centro storico del nostro paese, in merito a cui si sa molto poco se non che sono state arrestate due donne cinesi e non si capisce se una delle due sfruttava l’altra o se entrambe sfruttavano ragazze più giovani. Siamo rimasti sconcertati dal silenzio che in paese c’è stato intorno a questo fatto, sia sulla cronaca locale che nella comunità. Abbiamo deciso di approfondire la cosa su internet e abbiamo scoperto che negli ultimi mesi il territorio prenestino ha registrato tanti episodi di violenza sulle donne e riduzioni in schiavitù, che abbiamo raccolto anche per vostra documentazione, circa un fenomeno che sta crescendo e ci coinvolge da vicino: una ragazza rumena è stata segregata e violentata in gruppo per 24h in un capannone vicino alla stazione di Zagarolo per costringerla a prostituirsi sulla strada.

una scelta di campo, quella di voler rompere il silenzio e l’indifferenza che avvolge le tante ragazze immigrate, gran parte nere, costrette a prostituirsi lungo la via Prenestina, la via Casilina e nelle strade limitrofe al nostro paese che portano verso i castelli, i laghi o verso il mare. Ogni giorno le vediamo dal finestrino delle nostre macchine eppure sembrano invisibili. La cronaca diceva che la casa chiusa è stata segnalata alle forze dell’ordine dai vicini di casa, dai cittadini di Zagarolo insospettiti dall’andirivieni di uomini. Ci siamo domandati come mai le istituzioni intervengono in paese e nelle città e non invece nelle campagne dove le ragazze vengono accompagnate dai loro sfruttatori ogni sera ormai da anni? Cosa spinge dei cittadini ad intervenire e denunciare, la sensibilità e la pietà verso altri esseri umani costretti in schiavitù o semplicemente la morale, il buon costume, il decoro e la voglia di non vedere certe cose, intervenendo solo quando succedono sotto i nostri occhi ed urtano la nostra “sensibilità”? Ci siamo domandati, all’interno del CSA, se esiste un intervento di sostegno alle donne vittime della tratta anche a Zagarolo come c’è a Roma, oppure se il fatto che a Roma siano stati attivati molti progetti in tal senso non abbia portato ad uno spostamento anche geografico del mercato e delle ragazze costrette dai loro sfruttatori a prostituirsi in territori meno controllati.

Avviare una riflessione sulla nostra identità e la nostra cultura, a partire dalla nostra storia che ci faccia sentire più vicine le ragazze costrette a prostituirsi perché Mamma Roma che Pasolini ci racconta è storia di poco tempo fa, ma anche provare a leggere i fenomeni della prostituzione e della prostituzione coatta non in modo moralistico ma all’interno del contesto culturale in cui viviamo e dei valori dominanti nella nostra società.

Personalmente lavoro in un Col-Centro di Orientamento al Lavoro- del Comune di Roma e collaboro quotidianamente con diversi servizi, tra cui i centri antiviolenza, i centri per donne vittime della tratta, e i centri per donne in difficoltà che mi inviano le donne loro ospiti. Il mio lavoro, in quanto operatrice di accoglienza e di orientamento di primo livello, è aiutare queste donne a ricostruire un proprio progetto professionale e sostenerle nella ricerca di lavoro. Ovviamente nel mio servizio arrivano solo le donne che hanno elaborato, anche grazie al supporto delle operatrici dei servizi che le ospitano, la loro esperienza drammatica. Immaginando quello che hanno vissuto e che io ho letto in libri e studi sull’argomento, quello che mi colpisce in molte donne fuggite alla tratta è il coraggio e la determinazione, la loro forza è la voglia di tornare alla normalità, di ricostruirsi una vita ora che sono libere, di poter finalmente aiutare con il proprio lavoro la famiglia lasciata nel proprio paese.

Ci tengo a dire innanzitutto che non sono una esperta su questa materia, non mi sono mai occupata ne di violenza sulle donne, ne di prostituzione ne di prostituzione coatta e proprio per questo ho cercato l’appoggio e le competenze di chi opera in questo settore.

Come Comitato Solidale e Antirazzista però abbiamo scelto di intervenire verso tutte le forme di violenza e di discriminazione verso i migranti ed in particolare le donne migranti, affrontando tutte le tematiche che trattiamo con un occhio attento alle differenze di genere.

Senza alcuna presunzione quindi voglio porre alla vostra attenzione alcune informazioni e spunti su cui riflettere insieme anche partendo dal confronto tra i due ultimi film proiettati:

La cultura tradizionale, dominata dagli uomini e condivisa da molte donne, ci ha abituato ad una idea romantica della prostituzione intesa come “scelta” o come “la professione più antica del mondo”, pensiamo a canzoni come “Bocca di Rosa” di F.De Andrè che è uno dei miei cantautori preferiti In realtà invece, nella società patriarcale in cui viviamo, la prostituzione è stata ed è la più antica forma di oppressione, sopraffazione, violenza e di sfruttamento della donna, sia da parte del cosiddetto protettore sia da parte del cliente;

Conosco alcune esperienze italiane, di donne che hanno scelto la prostituzione come “lavoro” e che si sono organizzate in Comitati per la rivendicazione di una serie di diritti tra cui la sicurezza, la salute e la pensione dietro pagamento delle tasse in qualità di libere professioniste. Personalmente, pur rispettando la scelta di queste donne, non ne condivido il punto di vista e credo che proprio in quanto mercificazione della donna, del suo corpo e della sua sessualità la prostituzione sia lesiva della dignità umana e annulli la donna in quanto persona riducendola a merce di scambio.

Nella storia recente la prostituzione femminile è spesso stata sinonimo di sfruttamento della prostituzione: per ogni donna che si prostituiva c’era un uomo che, imponendo la propria protezione, sfruttava economicamente la mercificazione del corpo femminile. Nel dopoguerra molte delle donne che si prostituivano nei carrugi di Genova o al Pigneto a Roma vivevano condizioni disagiate e quindi anche le loro scelte non credo possono definirsi libere. Anche quando non erano obbligate da un uomo e la prostituzione apparentemente veniva vissuta con “leggerezza”, spesso era il frutto della scelta di donne provate dalla vita, che avevano vissuto esperienze che minano l’identità e la dignità di persona, che credevano troppo poco in loro stesse per poter credere di poter avere altre possibilità. Mamma Roma alterna momenti di ribellione a momenti di paura a momenti di rassegnazione.

Oggi, l’informazione manipolata a cui siamo abituati, ha costruito intorno ai migranti diverse equazioni: clandestino uguale delinquente; immigrato non persona ma forza lavoro da sfruttare; immigrazione uguale prostituzione, come se la prostituzione nel nostro paese fosse nata con l’arrivo delle donne immigrate. La realtà ovviamente non è questa, la prostituzione è una vecchia e nuova piaga, infatti affligge da sempre il genere femminile nelle diverse epoche storiche e nei diversi paesi. Sicuramente il mercato della prostituzione viene alimentato dall’immigrazione, infatti ci sono oggi moltissime persone che per molti motivi guerre, carestie, povertà, persecuzioni politiche sono costretti a scappare dal proprio paese, tra queste ci sono molte donne che non trovando vie legali per emigrare, spesso ingenuamente, si mettono nelle mani del racket che organizza il loro ingresso nel paese con l’obiettivo già pianificato di sfruttarle nel mercato del sesso dei paesi occidentali. Se vivessimo in un mondo libero, in cui tutte le persone, e non solo gli abitanti dei paesi ricchi, fossero libere di circolare e vivere dove vogliono, non si sarebbe potuta sviluppare l’impresa criminale internazionale che gestisce il traffico di persone che finiscono nella prostituzione.

Sicuramente sono cambiati i contesti sociali e culturali di riferimento e soprattutto le modalità in cui il fenomeno della prostituzione si esprime nella nostra società: sui giornali leggiamo di madri di famiglia che si prostituiscono per arrotondare lo stipendio; annoiate signore benestanti che si prostituiscono per provare nuove esperienze; studentesse universitarie che si prostituiscono per superare un esame o pagarsi le spese per vivere a Roma libere e lontano dalla famiglia; adolescenti che si prostituiscono per comprare scarpe e borse firmate.

La pubblicità utilizza normalmente il corpo, maschile ma soprattutto femminile, come merce di scambio. Il consumismo ci ha abituati, soprattutto i più giovani e le più giovani, all’idea di una sessualità senza affettività ne piacere, una sessualità da consumare, spesso per apparire liberi, grandi, al passo con i tempi.

Pochi si scandalizzano se il presidente del consiglio utilizza i luoghi istituzionali per accogliere prostitute di lusso che in cambio dei loro favori sessuali ottengono denaro, posti di lavoro qualificati e ben pagati, candidature in liste elettorali ed elezioni nei luoghi di governo del paese. Pochi si indignano se Gheddafi arriva in Italia mostrando al mondo intero il suo harem personale di donne. Questo degrado umano e culturale che mette l’immagine prima della persona, che mercifica le relazioni umane, che ripropone un modello uomo donna basato sul potere è l’humus in cui si sviluppano la violenza sessuale nelle famiglie, lo stupro in strada e di gruppo, il turismo sessuale e lo sfruttamento sessuale dei minori, la prostituzione per motivi futili di donne italiane, la riduzione in schiavitù di molte donne straniere costrette con la violenza a prostituirsi, l’indifferenza di molti uomini che cercano il sesso a pagamento pur sapendo quello che le donne vittime della criminalità organizzata subiscono e che con la loro richiesta alimentano questo mercato di esseri umani, spesso minori.

La prostituzione coatta delle donne immigrate si svolge in condizioni di vera e propria schiavitù.

Pur non essendo un’esperta in materia vorrei provare a darvi alcuni dati e alcune informazioni sulla tratta di esseri umani, in particolare di donne e bambini a scopo di sfruttamento sessuale.

Dalle testimonianze delle donne che sono riuscite a scappare, rilasciate alle operatrici dei servizi per vittime della tratta, emergono elementi comuni che caratterizzano il fenomeno:

1. esistenza di un medesimo percorso di viaggio, della durata di almeno due mesi, organizzato secondo tappe fisse, che ha come luogo di arrivo l’Italia e come obiettivo finale la riduzione in schiavitù di donne e minori, gestito da una organizzazione criminale.

2. l’organizzazione criminale è di natura transnazionale, coinvolge persone, con ruoli definiti, dei diversi paesi che le donne devono attraversare per emigrare clandestinamente: i reclutatori locali, gli autisti che guidano camion per il trasporto, i gestori delle case di transito nei diversi paesi, gli sfruttatori delle case chiuse di tripoli, i trafficanti che gestiscono i passaggi nelle varie frontiere ed i contatti con i trafficanti in Italia; la madam o maman che è la figura femminile, stabilmente residente in Italia, che gestisce la prostituzione delle ragazze nel paese di destinazione; gli uomini al servizio della maman in Italia che controllano le ragazze e le costringono a prostituirsi; gli affittuari italiani.

3. esistenza di connivenze e di persone corrotte, anche a livello istituzionale nei paesi di origine ed in Italia, che svolgono ruoli importanti per superare le frontiere senza controlli, per restituire le ragazze agli sfruttatori quando finiscono nelle retate, per intervenire nell’andamento dei processi attivati dopo le denunce delle donne vittima, per non intervenire arrestando chi le accompagna a prostituirsi sulla strada ecc

4. I reclutatori : sono uomini o donne, talvolta gli stessi trafficanti, talvolta le maman nei loro viaggi nei paesi di origine, talvolta persone di fiducia delle vittime ( amici e famigliari), che hanno il compito nel paese di origine di individuare le potenziali vittime e di convincerle a partire offrendo loro false promesse di lavoro e di una vita migliore;

5. le vittime dei trafficanti sono sempre persone appartenenti alle fasce della popolazione più disagiate, sia economicamente che socialmente: donne orfane, donne vedove o sole con figli, donne che scappano da maltrattamenti in famiglia, donne che devono scappare per motivi politici. Quasi mai alle ragazze adescate viene detto che giunte in Italia dovranno prostituirsi.

6. I reclutatori procurano falsi documenti alle ragazze e pagano le spese di viaggio. In particolare le ragazze nigeriane e le loro famiglie si impegnano, firmando un contratto e partecipando ad un rituale magico religioso, a restituire il debito con un lavoro che gli stessi organizzatori promettono di dare loro appena giunte in Italia

7. Durante i viaggi, che talvolta durano anche mesi, su furgoni stipati e senza acqua ne cibo, le donne sono esposte ad ogni tipo di violenza ed un numero imprecisato di persone muore e viene abbandonato lungo il percorso. In particolare le donne Nigeriane, prima di arrivare in Italia, vengono costrette dai loro trafficanti a prostituirsi in “case chiuse” in Libia per mesi e talvolta anni.

8. Spesso le ragazze nigeriane riescono a scappare dalle case chiuse libiche grazie ad un uomo che si presenta come cliente, conquista la loro fiducia e si propone successivamente come fidanzato, riscatta il loro debito con i trafficanti libici e le aiuta a venire in Italia con la promessa di aiutarle o sposarle e finisce per consegnarle nelle mani della maman che le reinserisce nel mercato della prostituzione in Italia.

9. La catena dello sfruttamento non si interrompe neanche quando le ragazze intercettate dalla polizia italiana vengono condotte nei CIE, dove spesso vengono tenute sotto controllo mediante cellulari e prelevate dagli sfruttatori all’uscita della struttura.

10. per costringere le ragazze ad accettare di prostituirsi ed annullare in loro qualsiasi forma di resistenza e di ribellione, le vittime vengono private dei documenti di identità e di viaggio, tenute senza acqua ne cibo, sottoposte a stupri ripetuti e di gruppo, a violenze fisiche, a torture, a ricatti psicologici e minacce di sterminio delle famiglie di appartenenza nei paesi di origine, che talvolta vengono messe in atto. Generalmente il motivo addotto è il risarcimento del debito del viaggio.

11. Il prezzo delle prestazioni, con o senza preservativo, viene deciso dai trafficanti o dalla maman e le ragazze non possono rifiutarsi di avere rapporti sessuali con i clienti, anche quando non sono protetti. Le vittime sono costrette a dare tutti i soldi ai loro sfruttatori.

12. Spesso quando le donne rimangono incinta dei loro clienti vengono costrette ad abortire mediante l’ingerimento di miscugli di medicinali o calci nella pancia, talvolta i bambini vengono fatti nascere e tolti alle madri per essere a loro volta venduti nel mercato delle adozioni illegali di neonati.

Le stime realizzate utilizzando li dati del Dipartimento delle Pari Opportunità e una stima realizzata dall’Ambasciata nigeriana in Italia nel 2001 concordano sul fatto che la maggioranza delle donne costrette a prostituirsi è nigeriana.

Nel 2008-2009 le donne nigeriane costrette alla prostituzione ammontavano a 8.000 /10.000, circa un terzo delle donne coinvolte in questo traffico, altro dato significativo è quello delle donne rumene da 5.028 a 6.295. Gli altri paesi di origine delle donne costrette a prostituirsi sono:Marocco, Albania, Moldavia, Ucraina, Russia ed una percentuale piccolissima di altri paesi.

Alcune differenze che si possono sottolineare tra la tratta delle donne rumene e quella delle donne nigeriane sono:

i metodi di reclutamento: oltre il meccanismo delle promesse di lavoro dei conoscenti infatti nei paesi dell’est, soprattutto nelle zone rurali, le ragazze, anche molto giovani vengono rapite da bande di criminali locali

metodi di controllo: oltre che la paura e le violenze, le ragazze nigeriane vengono controllate mediante la credenza nel rito religioso di cui hanno preso parte prima di partire dalla Nigeria; la tratta delle donne albanesi, romene e dei paesi dell’est è invece conosciuta per i metodi particolarmente violenti e sevizie di ogni genere utilizzati dai trafficanti per costringere le ragazze a prostituirsi e per controllare che non fuggano, attraverso l’annullamento psicologico ed emotivo della persona oltre che il terrore per se e la propria famiglia;

la tratta delle donne nigeriane sembra essere un “affare di donne” , colpisce molto la figura autoritaria della madam presente in molte fasi, che ha al suo servizio uomini che la aiutano nel controllo delle ragazze; questa forte presenza femminile nello sfruttamento sessuale di altre donne connazionali sembra essere un elemento caratteristico anche in Cina e nei paesi orientali, dove però il fenomeno della tratta è ancora poco studiato e conosciuto nelle sue modalità, mentre sappiamo che questa prostituzione si svolge in prevalenza in case chiuse; nei paesi dell’est la tratta sembra sia gestita quasi esclusivamente da organizzazioni di uomini particolarmente violenti, in cui le donne svolgono ruoli secondari.

In generale possiamo dire che pochissime sono le donne che all’inizio del viaggio sanno a che tipo di “lavoro” sono destinate nei paesi ospiti. Le poche che sono a conoscenza di dover fare le prostitute non immagina nemmeno lontanamente la gestione violenta di questo traffico, pensano di prostituirsi per qualche anno, per mettere da parte qualche soldo e mandare alla famiglia il denaro guadagnato, e poi tornare a casa appena possibile. Non immaginano di diventare schiave di una organizzazione in cui divengono merce di scambio, che con la scusa del debito contratto pretende dalla donna tutti i proventi della prostituzione e che soprattutto non ha più alcun diritto e alcuna libertà.

Visto che molte delle ragazze entrano in Italia clandestinamente non si sa quante di esse muoiono durante il viaggio, vengono uccise perché si ribellano o tentano di scappare o quando non servono più perché troppo malconce anche per essere messe sulla strada. Semplicemente tante donne spariscono ed alcune senza identità finiscono sulla cronaca della nostra stampa.

Una riflessione a parte meritano le minori costrette a prostituirsi: dai dati ufficiali e dai casi presi in carico dai servizi sociali è riscontrabile un aumento della presenza numerica delle minorenni vittime della tratta, provenienti soprattutto dai paesi dell’est Europa ed in maggioranza dalla Romania, e dall’Africa in maggioranza dalla Nigeria.

Nel periodo dal 2000 al 2007 le minori nigeriane mediamente hanno rappresentato il 16,4% di tutta l’utenza minorile assistita dai programmi di protezione, a fronte di una presenza romena minorile che ammonta, invece, mediamente (per lo stesso periodo) a circa il 50% del totale. In valori assoluti le minorenni nigeriane prese in carico dai servizi sociali dal 2000 al 2007 sono state complessivamente 165 unità, a fronte delle 521 della Romania.

Nel Lazio la percentuale di presenza minorile si innalza al 7-10% (su una cinquantina di casi), soprattutto in alcune aree periferiche della capitale, come Ostia e l’area compresa tra la via Tiberina e la via Salaria a ridosso del Grande Raccordo Anulare), su un totale di circa 400-500 donne nigeriane stimate.

La presenza di componenti minorili costrette alla prostituzione è un indicatore importante:

indica un cambiamento nel mercato della domanda di prestazioni sessuali in una specifica area e sub-area geografica.

evidenzia anche la particolare capacità organizzativa dei gruppi criminali che gestiscono la tratta delle donne nigeriane, poiché appaiono in grado di immettere sul mercato della prostituzione delle minorenni, nonostante i forti rischi di natura repressiva a cui si espongono oggettivamente a causa dell’azione di contrasto espressa dalle Forze di Polizia.

Le spiegazioni sull’aumento numerico delle minorenni negli ultimi due/tre anni sono diverse:

si è ridotto il bacino potenziale di reclutamento di donne adulte propense all’espatrio in modo inconsapevole nelle aree urbane, oggi le donne sono più consapevoli dei rischi di un loro eventuale coinvolgimento nei circuiti della prostituzione coatta; probabilmente è partito un tam tam di racconti e anche per le campagne informative fatte nei paesi di origine tramite le organizzazioni di donne che operano nella cooperazione allo sviluppo hanno avuto i loro effetti aumentando l’informazione e la consapevolezza delle donne adulte; è aumentato, di conseguenza, il reclutamento delle minorenni, meno informate.

il reclutamento delle potenziali vittime – anche in età minorile – si è esteso, negli ultimi anni, soprattutto nei villaggi rurali e nelle aree periferiche di Benin City, dove l’informazione arriva più difficilmente e le condizioni socioeconomiche delle famiglie sono più difficili.

i gruppi minorili sono più ingenui e maggiormente suggestionabili quando vengono loro prefigurati “successi nel mondo della moda, dello spettacolo e del lavoro ben remunerato”, probabilmente anche grazie ai modelli trasmessi dalla televisione

nella cultura tradizionale, in assenza dei genitori i minori vengono accuditi da altri adulti di riferimento e quindi “ai genitori viene detto che la ragazza sarà protetta come se fosse una figlia”; ancora: “alla minore viene detto che nessuno potrà mai farle del male e che i genitori anche da lontano saranno comunque vicini a lei” questo convince i genitori ad avere fiducia e ad affidare le proprie figlie alle maman;

nella cultura tradizionale le minori vengono educate a collaborare al mantenimento e alla gestione della famiglia, quindi quando hanno raggiunto la fase post-adolescenziale – ovvero dopo i 16-17 anni –non appare strana l’idea di emigrare per andare a lavorare e migliorare le condizioni di vita della propria famiglia.

Considerando le condizioni, anche culturali di partenza, nel caso delle minorenni il sistema di controllo psicologico praticato dalle mamam è molto più forte ed efficace per motivi diversi:

la dipendenza dovuta alla giovane età della ragazza e lo squilibrio relazionale tra la vittima adolescente e la maman adulta

il fatto che è stata affidata dalla sua famiglia alla mamam

il fatto che ha assunto un impegno di restituzione del debito con la sua famiglia e con la maman

il fatto che il patto è stato suggellato tramite il rito religioso all’interno di un sistema culturale di riferimento condiviso fortemente dalla giovane

la paura di ritrovarsi in una società ed una cultura completamente diverse dalla propria in cui gli unici riferimenti per la giovane sono i suoi stessi carnefici

Questo spiega la tenacia e l’ostinazione con cui le ragazze minori tengono fede al patto, suggellato tramite il rito religioso, ed hanno una grossa difficoltà a sganciarsi dalla tratta, a fuggire, ad instaurare un rapporto di fiducia con le operatrici dei servizi, a decidere di denunciare i propri sfruttatori.

le donne adulte e minori nigeriane transitate (ovvero entrate ed uscite nei circuiti dello sfruttamento sessuale) – dal 2001 alla primavera del 2009 – sono state tra le 23.200 e le 26.500 unità.

Combattere il fenomeno della tratta passa attraverso diversi livelli:

campagne di informazione, rivolte alle donne e alle minori, direttamente nei paesi di origine per renderle consapevoli del fenomeno della tratta e del rischio connesso all’immigrazione clandestina

un approccio d’intervento internazionale da parte degli stati e dalle forze di polizia è l’unica risposta possibile ad un fenomeno che poggia su organizzazioni criminali internazionali che agiscono in diversi paesi

sostituire gli attuali interventi repressivi della prostituzione, che sono inutili e nella maggioranza dei casi colpiscono sole le donne vittime, con campagne di informazione della cittadinanza e di responsabilizzazione dei clienti che con i loro comportamenti sessuali aumentano la domanda del mercato del sesso

studiare e comprendere le modalità di sganciamento dai meccanismi di sfruttamento messe in atto dalle stesse vittime, in particolare minorenni, come arrivano ai servizi di protezione sociale, che tipo di risposte vengono offerte loro e come loro stesse svolgono il percorso di ri-acquisizione della propria autonomia.

Questo aspetto è fondamentale per la comprensione di un fenomeno della tratta in continuo cambiamento e quindi sia per poterlo combattere che per poter offrire un sostegno adeguato alle vittime, a partire dall’accoglienza all’interno dei sistemi di protezione italiani delle donne che sono state vittime costrette a prostituirsi in Libia e che potrebbero, con percentuali altissime di possibilità, essere rimesse sulla strada dagli stessi sfruttatori che hanno organizzato il viaggio in Italia con lo scopo definito dello sfruttamento sessuale nel nostro paese.

Quando abbiamo deciso di proiettare questo film e di avviare una riflessione sulla prostituzione coatta che non vogliamo fermare a questo primo incontro, nel CSA ci siamo chiesti come proseguire.

Cosa possiamo fare nel nostro piccolo, come persone e come soggetti associativi che hanno scelto la solidarietà come sistema di relazione con le altre persone?

Dai racconti delle donne vittime che hanno riacquistato la propria libertà emerge fortemente il ruolo, talvolta occasionale, di persone , talvolta loro stessi clienti, che per motivi diversi che vanno dalla pietà alla comprensione al senso di colpa, decidono di aiutare le ragazze mettendole in contatto con i servizi per le vittime della tratta.

Questo ci fa capire che per trovare il coraggio di ribellarsi è fondamentale sentirsi meno sole ma forse anche poter vedere delle concrete possibilità di aiuto nella fuga.

Credo in fatti che, in situazioni difficili come questa, la solidarietà e la sensibilità del singolo non possano bastare e che, se non supportate da specifici servizi, rischino di essere persino pericolosi per noi e soprattutto per le ragazze stesse esposte alla violenza quotidiana dei loro sfruttatori. Quando c’è in gioco la vita delle persone non si può improvvisare ed è necessario pensare ad azioni pianificate e progettate insieme, ciascuno con le proprie specificità e competenze, per realizzare da qui ad un futuro spero non troppo lontano un intervento efficace contro la tratta e di aiuto alle ragazze.

Obiettivi di questo incontro:

avviare una campagna informativa alla cittadinanza sul dramma di molte ragazze straniere costrette in schiavitù, nel tentativo di colpire il mercato del sesso anche attraverso una informazione e responsabilizzazione degli uomini che frequentano le prostitute e rappresentano la domanda di questo mercato;

costruire una rete di solidarietà e complicità delle donne verso queste ragazze vittime, perché dai loro racconti emerge che proprio la loro solitudine e la paura di essere sole in un paese straniero le rende più fragili e alla mercé dei loro sfruttatori, mentre quelle che hanno trovato il coraggio di scappare e denunciarli hanno avuto la fortuna di incontrare sulla loro strada qualcuno che ha deciso di aiutarle ed ha fatto da ponte per l’accesso ai servizi per donne vittime della tratta;

costruire una collaborazione tra i servizi esistenti sul territorio locale e che durante la preparazione di questa iniziativa abbiamo avuto modo di incontrare e conoscere.

Abbiamo raccolto la disponibilità dei seguenti soggetti, già impegnati su questo fronte, che avrebbero dovuto partecipare a questo primo incontro e purtroppo per problemi personali ed impegni coincidenti non sono riusciti ad essere qui oggi.

Insieme si potrebbe pensare ad un progetto articolato su diverse attività:

1. avvio di una riflessione educativa all’interno della comunità locale e di un dialogo, in particolare con le nuove generazioni, che ci porti a ripensare valori della nostra società e a costruire relazioni umane basate sul rispetto della persona e della sua dignità;

2. formazione di operatori ed operatrici locali, anche dei servizi già esistenti, di conoscenza del fenomeno della prostituzione coatta e capacità di accoglienza delle ragazze senza esporle a rischi;

3. realizzazione di una campagna permanente di sensibilizzazione della cittadinanza sul problema della prostituzione coatta e di solidarietà verso le donne vittime;

4. apertura di uno sportello di segretariato sociale e di prima accoglienza di chi vive situazioni di disagio, italiani e stranieri, finalizzato all’invio a strutture specializzate;

5. ripresa delle attività di una unità di strada nel territorio dei Castelli e prenestino, che possa incontrare le donne vittime della tratta;

6. apertura di un centro di accoglienza, valutando con chi già da anni opera nel settore della violenza sulle donne e della tratta, qual’è il fabbisogno del nostro territorio in merito alla tipologia di struttura da realizzare.

Intanto abbiamo voluto, con questa iniziativa, rompere il silenzio e l’indifferenza che rischiano di diventare omertà. A cominciare da subito, vogliamo proporre alle persone, uomini e donne, alle associazioni di donne presenti e alle organizzazioni presenti ed interessate di costruire una rete di solidarietà e complicità che possa aiutare queste donne a sentirsi meno sole e a ritrovare la propria libertà e la propria dignità.

Manuela del CSA di Zagarolo

Bibliografia da cui sono stati tratti alcuni dei dati riportati e le informazioni circa il fenomeno della tratta:

Ibironke Adarabioyo “ Il coraggio di Grace. Donne nigeriane dalla prostituzione alla libertà.” Prospettiva Edizioni

BE FREE Cooperativa sociale contro tratta, violenze, discriminazioni “ Dossier sull’esperienza di sostegno a donne nigeriane trattenute presso il C.I.E. D

di ponte galeria e trafficate attraverso la Libia.

Francesco Carchedi “La tratta delle minorenni nigeriane in Italia. I dati, i racconti, i servizi sociali” Ass. Parsec, UNICRI, Cooperazione italiana allo sviluppo-Ministero degli Affari Esteri

Emanuela Moroli, Roberta Sibona “Schiave D’Occidente. Sulle rotte dei mercanti di morte” Ed. Mursia

  1. Nessun commento ancora...
  1. Nessun trackback ancora...
Codice di sicurezza: